di Marco Bastogi (CAI Firenze)
L’interesse per i ghiacciai e le loro variazioni volumetriche è sempre stato un argomento che ha stimolato l’attenzione fin dalla fine del secolo XVIII ed anche nei primi anni di vita del Club Alpino è stato argomento di grande ed acceso dibattito. Un campo ancora oggi di grande attualità ed al centro dell’attenzione per il repentino cambiamento climatico che caratterizza il nostro tempo e che porta alla rapida scomparsa delle masse glaciali.
Agli inizi dell’800 uno degli aspetti più discussi tra scienziati fu la singolare disquisizione sulla origine di grandi massi spesso isolati che si osservavano nelle aree montane ed in quelle pedemontane, talvolta localizzati nei luoghi più improbabili come all’interno della boscaglia oppure isolati su ampi pianori e perfino nell’estrema periferia dei fondovalle. Massi enormi ed inamovibili se non invocando interventi sovrannaturali, di composizione molto diversa rispetto a quella delle rocce presenti a loro intorno e dei quali non si comprendeva come fossero arrivati.
Si trattava di qualcosa di estraneo per il buonsenso del montanaro come anche per la saggezza dell’uomo di scienza che meritava certamente un approfondimento sulla loro origine.
Gli scienziati ottocenteschi disquisivano su quale fosse stato l’agente responsabile del loro trasporto, una controversia che per molti anni ha infervorato gli animi e che per noi uomini attuali può far sorridere per il senso di banalità di una questione che a prima vista sembra di limitata utilità scientifica, tuttavia per quei tempi l’argomento aveva una sua ragione di esistere poiché ci si approcciava verso una nuova frontiera della scienza che coinvolgeva un ambiente (quello montano) ancora poco conosciuto per la sua difficoltà di raggiungerlo e poterlo frequentare.
Nei primi anni dell’800, quando fu chiaro che non appartenevano al substrato roccioso locale poiché costituiti da rocce presenti talvolta a distanze notevoli, furono denominati “Massi erratici” e si capiva bene che questi grandi corpi rocciosi dovevano avere errato per molto tempo prima di raggiungere le attuali posizioni. C’era chi sosteneva un trasporto di questi massi da parte dei torrenti invocando le teorie diluvialiste e chi, timidamente, cominciava a sostenere un loro possibile trasporto ad opera dei ghiacci.
Si parla di massi rocciosi di dimensioni enormi, non inferiori al metro di diametro e quindi anche dotati di una massa significativa non conciliabile con il trasporto da parte di un corso d’acqua anche nelle condizioni di piena.
Le prime spiegazioni sono legate alle leggende giunte fino ai giorni nostri che spiegano la loro posizione isolata, le loro spropositate dimensioni e la loro estraneità con le rocce circostanti. La prima ipotesi fu che si trattasse di manufatti umani trasportati sui monti da antiche popolazioni ed utilizzate da sacerdoti per chi sa quali riti ed è molto probabile che in alcuni casi questo uso religioso sia stato effettivamente fatto.
Nella seconda metà del ‘700 lo scienziato ginevrino Horace-Bénedict de Saussure, sul massiccio calcareo del Giura aveva osservato diversi massi di composizione granitica analoga a quella del Monte Bianco, tuttavia, per la grande distanza che separa le due aree montane, non sapeva come spiegare questo fatto così che si limitò alla sola descrizione chiedendosi per primo quale fosse la loro provenienza.
Gli scienziati del 700 imputavano al “diluvio universale” la formazione delle montagne ed i massi erano ciò che rimaneva dei detriti lasciati da questa catastrofe biblica.
Verso la fine del secolo XVIII si affiancarono le teorie plutoniste ovvero che le montagne e le pianure derivavano da esplosioni vulcaniche. Con l’Illuminismo si cominciò a negare l’esistenza del diluvio universale limitandolo ad una delle tante calamità locali che si sono succedute nei tempi, così che i massi erratici e gli altri depositi facevano parte del ripetersi di questi eventi.
Con il principio dell’attualismo espresso dallo scienziato Charles Lyell (Principles of Geology) nella prima metà dell’800, si affermava che la chiave per capire gli eventi geologici e fisici del passato risiede nei fenomeni che operano anche nell’attuale, i massi erratici tuttavia, con questa concezione, ricadevano nuovamente nell’oscurità poiché mancavano prove dirette di un loro trasporto anche da parte dei grandi fiumi così come per un eventuale relazione con eventi vulcanici e non era possibile invocare altri agenti naturali come artefici di queste singolari entità.
Alcuni scienziati della prima metà dell’800 interessati alla questione, ascoltano con interesse quanto osservato dai montanari. Secondo alcuni alpigiani, infatti, i grandi blocchi di roccia sono stati trasportati in passato, da grandi ghiacciai poi scomparsi.
Nell’estate del 1815, J. de Charpentier (1), direttore di miniere nel cantone di Vaud, ospitato per la notte nella baita di un montanaro (P. Perraudin) presso l’Ospizio del Gran San Bernardo, seppe da questi che durante le sue uscite per la caccia tra le montagne, aveva naturato l’idea che i grandi blocchi di roccia sparsi nella sua valle fossero stati trasportati dagli antichi ghiacciai, un pensiero questo, diffuso anche tra altri abitanti della montagna. Il racconto del montanaro accese l’interesse di Charpentier che nel 1834 comunicò questa considerazione da lui condivisa, all’adunanza della Società Elvetica di Scienze Naturali a Lucerna come “Notice sur la cause probable du transport des blocs erratiques de la Suisse”.
Poco dopo si scoprì che questa tesi era stata già anticipata anche da altri tra i quali l’ingegnere cantonale Ignazio Venez che l’aveva pubblicata l’anno prima (1833), tuttavia si deve riconoscere a Charpentier il merito di aver portato per primo valide prove sui massi erratici.
Fu il naturalista svizzero Jean Louis Agassiz (2) a volere approfondire queste affermazioni che lui stesso all’inizio riteneva poco probabili. Dopo aver frequentato per molto tempo ghiacciai e morene della valle del Rodano e di altre regioni alpine in compagnia di Charpentier, si convinse che le asserzioni erano giuste; la scienza glaciale aveva mosso i suoi primi passi.

Agassiz osservò rocce levigate e striate dall’azione del ghiaccio che evidentemente si muoveva, elementi questi che si ritrovavano anche negli attuali ghiacciai in formazione e che grandi accumuli morenici localizzati in zone prive di ghiaccio, facevano percepire una passata attività glaciale molto più vasta.

Nel 1837 Agassiz, davanti alla Società Elvetica di Scienze Naturali affermò che in passato il pianeta era stato soggetto ad una grande era glaciale; molti scienziati anche di nota fama si mostrarono tuttavia scettici nei confronti di questa tesi ed in taluni casi anche irritati.

Questi nuovi concetti oltrepassarono la catena alpina ed in Italia furono portati avanti dal geologo alpinista Bartolomeo Gastaldi (3) che fu anche presidente generale del CAI tra il 1864 ed il 1873. Anche i geologi Omboni e Stoppani portarono avanti le idee glaciali ed in particolare Antonio Stoppani divulgò per primo queste idee anche a livello popolare.
Nel 1850 Gastaldi insieme a C. Martins pubblicò il primo studio sul glaciale alpino, descrivendo correttamente per la prima volta, gli anfiteatri morenici della Pianura Padana.
I massi erratici dunque rappresentavano importanti testimoni dell’attività glaciale e sono stati i precursori degli studi glaciali, ma non tutti gli scienziati in Italia sostenevano la teoria di Gastaldi. Il grande geologo Angelo Sismonda ad esempio, continuava ad attribuire i depositi morenici del Piemonte come facenti parte del “terreno diluviale” e quindi dovuti a grandi eventi alluvionali. La controversia in quegli anni fu lunga e molto accesa.
L’antico ghiacciaio che in passato occupava la Val di Susa, trasportò un masso di enormi dimensioni nella pianura allo sbocco della valle presso il Comune di Pianezza, alle porte di Torino. Il monolite lungo 26 metri ed alto circa 12, oggi inglobato nel tessuto urbano tra le abitazioni, è considerato un monumento geologico e fu chiamato “Masso Gastaldi” in onore del geologo torinese che lo studiò e lo descrisse alla metà dell’800 (4).

Gastaldi era certo che questo masso non poteva essere che un esotico trasportato dal ghiacciaio sia per la sua posizione che per il suo isolamento dal substrato comprovato dalle stratigrafie degli adiacenti pozzi di captazione delle acque (5).
Il Club Alpino Italiano in memoria di Gastaldi, il 26 settembre 1884 lo dotò di una lapide ricordo. Secondo Angelo Sismonda, tuttavia, il “Roc” (così era chiamato dai locali prima che fosse dedicato a Gastaldi) rappresentava una propaggine del substrato roccioso sepolto dalle alluvione della Dora così come risultano esserlo altri vicini affioramenti.
Oggi sappiamo che questi grandi massi si originano per il crollo delle pareti rocciose che sovrastano una massa glaciale in movimento, oppure per lo “strappo” ad opera della massa glaciale in movimento, di frammenti rocciosi dalle pareti del canale glaciale, ma in questo ultimo caso le dimensioni dei massi risultano generalmente minori.
I massi erratici presentano forma irregolare e spigoli vivi, una parte del masso tuttavia risulta più levigata rispetto alle altre. Le rocce che li costituiscono sono sempre molto compatte e resistenti; massi costituiti da rocce facilmente sfaldabili come i calcescisti ben rappresentati nelle nostre Alpi, sono molto rari. Anche la diffusa presenza di strie prodotte durante il trasporto glaciale e di alcuni spigoli arrotondati contraddistingue questi massi.
Verso la fine del secolo XIX, molti di questi massi, grazie alle più efficienti tecnologie di escavazione erano divenuti di interesse come materiale da costruzione e tanti di questi sono scomparsi o fortemente ridotti nelle loro dimensioni; in passato i primi massi cavati sono serviti molto probabilmente per realizzare macine da grano. I massi hanno anche rappresentato un intralcio all’agricoltura meccanizzata ed allo sviluppo edilizio nel periodo del boom economico.
Nelle Alpi Apuane i massi erratici di marmo, sono stati oggetto di attività estrattiva, se ne trovano di notevoli dimensioni nella valle dell’Edron ed in quella di Gramolazzo.
Nel 1914 tre soci del Club Alpino di Milano, (Repossi, Codara e Mauro) pubblicarono un opuscolo dal titolo: “I Massi Erratici”, questo conteneva una proposta di legge per proteggere queste testimonianze del tempo e proposero la realizzazione di un inventario che il Comitato Scientifico della Sezione milanese elaborò.
Per il geologo Federico Sacco gli erratici rappresentavano testimonianze geologiche e veri e propri monumenti naturali che permettevano di riconoscere la posizione dei ghiacciai del passato e servivano per confermare l’origine glaciale dei depositi in cui si trovano. Lo scienziato si mobilitò così per salvare quanto restava almeno dei massi maggiori dell’anfiteatro di Rivoli – Avigliana, mediante il censimento, articoli scientifici e divulgativi, escursioni organizzate ed anche di accordi coi proprietari dei terreni nei quali ricadevano.
Per evitare la loro scomparsa in considerazione del loro utilizzo ai fini costruttivi, Sacco riuscì a promulgare una legge per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico (Legge n.778/1922), una delle prime leggi che tutelava il patrimonio naturale e che vedeva i massi erratici inclusi fra i beni ambientali protetti con sanzioni per chi li distruggeva.
In tempi più recenti, i massi erratici hanno avuto ed ancora hanno, un interesse legato all’arrampicata sportiva; una ragione in più per promuoverne la conservazione.
La disciplina detta bouldering (da Boulder, città del Colorado – USA dove è nata) divenne famosa in Europa grazie ad un gruppo di rocciatori francese che frequentava i massi della foresta di Fontainebleau vicino a Parigi. In Italia, negli anni ’70 si sviluppò in Lombardia (val Masino) e nell’anfiteatro morenico piemontese della val di Susa, ma in Piemonte già nel dopoguerra per la vicinanza della val di Susa con Torino, causa la mancanza di mezzi di trasporto per poter raggiungere le montagne, si arrampicava sugli erratici per allenamento.
Tra gli aspetti legati al glacialismo, i massi erratici rappresentino probabilmente le testimonianze più riconoscibili della evoluzione geologica e della storia fisica di un territorio; testimonianze che più facilmente di altre riescono ad evocare paesaggi che si sono persi nel tempo.
Si dovette attendere molto prima che la scienza riuscisse ad interpretare con chiarezza la causa che aveva portato questi grandi massi nelle attuali posizioni. Quanto ai nostri giorni è acquisito sui ghiacciai ed appare ai nostri occhi inequivocabile, fa sembrare i tanti accesi dibattiti del passato sull’origine di questi grandi massi esotici inutili e fanno suscitare ilarità, tuttavia si è trattato di un passo molto importante e necessario per aprire un orizzonte nuovo alla scienza della montagna. La linea di confine tra l’utile e l’inutile è una questione di sguardi sulle cose che comunque mutano con il tempo con l’acquisizione di nuove conoscenze e l’evoluzione del pensiero scientifico che è guidato dalla curiosità muovendosi a “piccoli passi”.
Gli studi ottocenteschi sui massi erratici hanno dato inizio ad una scienza nuova: la glaciologia.
Il prof. Francesco Porro, membro della sezione di Cremona del Club Alpino Italiano, in occasione del “XXVI Congresso degli Alpinisti Italiani”che si tenne a Torino presso il Castello del Valentino il 2 settembre 1894, propose assieme a Federico Sacco, anch’esso socio del Club, di iniziare lo studio dei movimenti dei ghiacciai. La proposta fu subito accolta e nel 1895 l’esecutivo del CAI decretò la nascita della “Commissione per lo studio dei ghiacciai”. Il primo atto della commissione sarà quello di predisporre un questionario da distribuire alle guide, agli alpinisti ed in generale tutti coloro che frequentano le aree coperte da ghiacci e morene.
E’ l’uomo che stabilisce ciò che è utile o inutile ed è il tempo che determina poi se ciò che poteva sembrare futile in passato, oggi appare invece un utile passo avanti per la scienza. Oggi possiamo senza dubbio affermare che per lo studio delle montagne e del loro ambiente, le prolungate discussioni sul significato dei massi erratici portate avanti dai primi pionieri sono state essenziali per il progresso scientifico perché hanno segnato l’inizio della scienza glaciologica.
Bibliografia
Autori vari 2018 – I quaderni de La Tsapletta, “I nostri massi” Periodico trimestrale d’informazione culturale della biblioteca di Courmayeur – n.115 pp. 40, dicembre 2018
Bastogi Marco 2015 – “L’apporto scientifico del Club Alpino Italiano dalle sue origini ai nostri giorni” – Alpinismo Fiorentino, Annuario Sez. CAI Firenze pp. 46-52
Bastogi Marco 2022 – “Glacialismo nelle Alpi Apuane e nell’Appennino settentrionale. Le testimonianze” – in: Bollettino del Comitato Scientifico Centrale CAI, pp. 85-101, Ottobre pp. 137
CAI 1964 – “Intenti e contributi scientifici del CAI nei primi cento anni di vita” – In: I cento anni del Club Alpino Italiano 1863-1963 Seconda edizione Milano
Codara G., Mauro F., Repossi E. 1914 – “I massi erratici nella regione dei tre laghi” – CAI Sezione di Milano Vol. XXXIII – Fratelli Fusi, Pavia pp.36
De Micheli C. 1927 – “Massi erratici” – Rivista CAI Vol. XLVI pp. 202-205
Gastaldi B., 1868 – “Conservazione dei massi erratici” – In varietà Boll. Club Alpino n.13 pp 385
Gastaldi B. 1871 – “Studi geologici sulle Alpi occidentali”. – Mem. R. Com. Geol. It., 1, pp.1-48.
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Moore Ruth 1958 – “L’avventura della Terra nel tempo” – Ed. Aldo Martello pp. 396 Milano
Motta M. e Motta L. 2009 – “Il ruolo dei massi erratici nella nascita della geomorfologia” – In: Le rocce della scoperta. Momenti e problemi di storia della scienza nelle Alpi Occidentali – Club Alpino Italiano Comitato Scientifico Ligure Piemontese – Convegno di studi Monte dei Cappuccini Torino 25-26 ottobre 2008 – Briganti Glauco Genova pp. 95-108
Sacco F. 1922 – “I principali massi erratici dell’anfiteatro morenico di Rivoli”. – Boll. Soc. Geol. It., 41, pp. 161-174.
Sacco F. 1928 – “I grandi laghi postglaciali di Rivoli e Ivrea” – L’Universo n.9